Dalle prime pitture rupestri del foraggiamento mesolitico (Cueva de la Araña, ~8000 a.C.) ai 6.400 recipienti ceramici con biomarcatori di cera d'api (Nature 2015), fino alla nascita dell'apicoltura razionale in arnia e alla Koinè Aristeica del Tardo Bronzo.
Studi di riferimento: Nature 528, 541–544 (DOI: 10.1038/nature15757) | PNAS 107 (DOI: 10.1073/pnas.1001265107) | Asserzione FAIR #635 & Iperarco HE93.
La risoluzione della questione attraverso la distinzione tra raccolta predatoria silvestre (universale) e invenzione dell'apicoltura razionale in arnia (trasferimento tecnologico del II millennio a.C.).
Nessun popolo ha "insegnato" la raccolta occasionale del miele silvestre: è una strategia di sussistenza ominide praticata da comunità foraggiatrici arrampicandosi su falesie per predare favi naturali. Non vi è allevamento né domesticazione.
Lo studio Nature 2015 dimostra che la cera d'api viaggia assieme al pacchetto agro-pastorale neolitico dall'Anatolia verso l'Europa su due direttrici: la rotta danubiana (LBK) fino al limite del 57° parallelo e la rotta marittima cardiale.
L'invenzione di arnie artificiali mobili, sciami gestiti e selezione di regine docili nasce nel Vicino Oriente ed Egitto, per poi integrarsi con la metallurgia della fusione a cera persa nel circuito Egeo-Tirrenico.
Nella storiografia antica (Diodoro Siculo IV, 81; Pausania X, 17; Virgilio Georgiche IV), l'eroe civilizzatore Aristeo apprende l'arte dell'apicoltura in Tessaglia/Tracia, istituisce i riti per i venti Etesii nell'isola di Ceo (Cicladi) e infine approda in Sardegna, dove fonda l'apicoltura stanziale.
L'Ipergrafo di Luigi Usai dimostra che questo asse mitistorico risponde a una necessità tecnologica materiale: la civiltà nuragica fu la massima produttrice occidentale di bronzi a cera persa (oltre 500 capolavori di bronzetti e navicelle), operazione che richiedeva centinaia di chilogrammi di cera d'api purissima, rilevata nei crogioli del Nuraghe Arrubiu e di Santa Vittoria di Serri.